Le parole dell'editore

Il mestiere dell'editore vive di parole

di Lucia Velardi

Le parole hanno una loro consistenza, una loro ragion d’essere, una loro motivazione, da non spendere mai a caso. Il mestiere dell’editore vive di parole, attraverso le quali dà forma e corpo a un pensiero, un’idea, per farli viaggiare nel mondo. Borderline è il nome che abbiamo dato all’ultima collana nata: una parola che, nella nostra intenzione, vuole indicare non il confine che delimita ma piuttosto la frontiera, uno spazio denso di promesse.

recensione

Gli ultimi giorni dei Templari

di Elena Cardinali

La recensione di Renzo Agasso al libro di Mario Dal Bello su Il Nostro tempo, settimale di Torino.

Cosa sussura Dio alle mamme

di Elena Cardinali

Il libro edito da Città Nuova, racconta con ironia e profondità la vita quotidiana - tra lavoro, casa e figli - delle mamme. La recensione di Laura Pisanello ne Il messaggero di sant'Antonio di maggio 2013.

Classici _ Partono le Opere di Girolamo

di Elena Cardinali

Sulle pagine culturali del Corriere della Sera la notizia dell'inaugurazione dell'Opera Omnia di Girolamo edita da Città Nuova.

"Cugino" posa quel coltello

di Gail Giacobbe
Fonte:    Living City New York
L'esperienza di un collaboratore scolastico e la sua amicizia con un ragazzo difficile. Da Living City


Ricordo quando ho incontrato per la prima volta questo studente, ai corsi scolastici estivi. Aveva una fedina penale di tutto rispetto: rapina a mano armata, possesso di droga, guida in stato di ebbrezza. Era entrato e uscito da istituti minorili e carceri per tutta la vita, ed era anche stato accoltellato in una rissa tra bande.
 
Il mio compito era quello di “tenere in riga” i ragazzi. Quando lo incontravo nel corridoio dovevo chiedergli dove stesse andando e la sua risposta era sempre «Al bagno» o «Mi sto solo sgranchendo le gambe». Ogni volta gli dicevo di tornare in classe, cercando di farlo con amore. Man mano che ci conoscevamo meglio ha anche iniziato a venire da me semplicemente per una chiacchierata. Ha iniziato ad avere fiducia in me e a chiamarmi “cugino”: non so se fosse un complimento o solo un modo per “raggirarmi”, ma sapevo che avrei dovuto essere il primo a volergli bene e rispettarlo.
 
Un giorno è venuto da me con gli occhi infiammati d'odio: «Io lo uccido, lo accoltello e voglio che tu lo sappia. Mi ha insultato e non la passerà liscia!». Ho cercato di calmarlo, ricordandogli che sarebbe potuto tornare in carcere proprio quando gli mancavano solo poche settimane al diploma. Pian piano si è calmato e ha detto: «Sai cugino, ho problemi a controllarmi. È davvero brutto». Gli ho risposto: «Ma dai, anch'io a volte ho lo stesso problema». Mi ha guardato stupito e se n'è andato, ma sembrava più sereno.
 
Un altra volta, durante l'orario di lezione, il mio “cugino” è sbucato dal nulla. «Ciao cugi!». Ho visto che teneva qualcosa di argentato in mano. «Cos'hai lì?» ho chiesto. «Niente», ha risposto. Ho avuto un tuffo al cuore quando ha tirato fuori un coltello bilama davanti ai miei occhi. Ho cercato di rimanere calmo, invitandolo a consegnarmelo, ma ha rifiutato dicendo che avrei fatto la spia. Gli ho detto che doveva fidarsi di me: se mi avesse dato il coltello, glielo avrei restituito nel parcheggio all'uscita dalle lezioni senza dire nulla a nessuno. Però avrebbe dovuto promettermi di non riportarlo a scuola. «Ma se ti do il coltello e il preside lo scopre, finisci nei guai anche tu», mi ha detto. Gli ho assicurato che ero pronto a correre il rischio. Mi ha dato il coltello dicendo: «Attento, è molto affilato». Da quel giorno, ogni volta che mi vedeva mi dimostrava che stava mantenendo la promessa: «Vedi, cugi? Ho le tasche vuote!». C'era un legame particolare di amicizia e fiducia tra noi.
 
La scuola estiva è finita, e mio “cugino” ha ottenuto il diploma. L'ultimo giorno di lezione mi ha ringraziato per tutto. Gli ho detto: «Congratulazioni!» e ho pensato: vivere l'ideale dell'unità l'ha aiutato a farcela!