Le parole dell'editore

Il mestiere dell'editore vive di parole

di Lucia Velardi

Le parole hanno una loro consistenza, una loro ragion d’essere, una loro motivazione, da non spendere mai a caso. Il mestiere dell’editore vive di parole, attraverso le quali dà forma e corpo a un pensiero, un’idea, per farli viaggiare nel mondo. Borderline è il nome che abbiamo dato all’ultima collana nata: una parola che, nella nostra intenzione, vuole indicare non il confine che delimita ma piuttosto la frontiera, uno spazio denso di promesse.

Il nostro nuovo sito

di Luca Gentile

Cari amici, siamo davvero entusiasti di inaugurare il nuovo sito della nostra Editrice. Quando abbiamo iniziato a pensarlo ci siamo immediatamente resi conto della difficoltà di coniugare una duplice esigenza: quella di consentire l'accesso alle nostre pubblicazioni e alle nostre idee editoriali, come il self-publishing CNx o il database Primi Secoli, e quella di poter dialogare con voi per un approfondimento del nostro lavoro e per una viva partecipazione al dibattito culturale nel quale siamo immersi e che in qualche modo noi stessi alimentiamo.

recensione

Gli ultimi giorni dei Templari

di Elena Cardinali

La recensione di Renzo Agasso al libro di Mario Dal Bello su Il Nostro tempo, settimale di Torino.

Cosa sussura Dio alle mamme

di Elena Cardinali

Il libro edito da Città Nuova, racconta con ironia e profondità la vita quotidiana - tra lavoro, casa e figli - delle mamme. La recensione di Laura Pisanello ne Il messaggero di sant'Antonio di maggio 2013.

Classici _ Partono le Opere di Girolamo

di Elena Cardinali

Sulle pagine culturali del Corriere della Sera la notizia dell'inaugurazione dell'Opera Omnia di Girolamo edita da Città Nuova.

Homework o dévoirs, la battaglia è partita

di Chiara Andreola
Fonte:    Città Nuova

Non solo in Italia: anche all’estero, il dibattito sull’utilità dei compiti a casa è quanto mai vivo. Con idee curiose e originali



Se pensavate che fosse un problema solo italiano, ricredetevi: anche dall’altra parte del mondo, in quella lontana Australia dove vengono pur dati in misura minore, dato che si rimane a scuola anche il pomeriggio, i genitori si sono ribellati ai compiti per casa. L’Australian council of state schools organisation, infatti, già dal 2007 lancia appelli perché, almeno nei primi anni di scuola elementare, i bambini vengano lasciati in pace una volta usciti dall’aula.

Secondo l’associazione, non ci sarebbero prove per sostenere che questi siano davvero utili in quella fascia d’età: anzi, diverse ricerche britanniche e americane sostengono che il lavoro a casa sia collegato a migliori risultati scolastici soltanto dalla scuola media in poi. E se proprio siete, come si suol dire, presi con le bombe, i compiti si possono sempre dare in appalto: come riferisce il sito news.com.au, sempre più studenti australiani li stanno dando in outsourcing a loro colleghi indiani, pakistani ed egiziani tramite siti appositamente dedicati. Le tariffe sono amichevoli: una decina di dollari per un tema di scuola superiore, e due dollari a risposta per un questionario di matematica.
 
Meglio sembrano passarsela gli americani. Secondo una ricerca del Brown center on education policy, gli studenti passerebbero in media un’ora al giorno sui libri – anche qui, comunque, si rimane in classe il pomeriggio –: media che non sarebbe cambiata negli ultimi vent’anni, nonostante diverse lettere di genitori infuriati siano apparse sui giornali.

Persino alle scuole superiori, nonostante la pressione psicologica della dura ammissione all’università, soltanto un terzo dei ragazzi studierebbe più di un’ora. Ma la media, si sa, è la vecchia storia del pollo di Trilussa: per cui, per ognuno che studia un’ora sola, c’è magari qualcun altro che ne studia tre. Secondo le linee guida della National education association, uno studente dovrebbe avere un carico di lavoro pari a “dieci minuti per classe”: ossia dieci in prima, venti in seconda, e così via, fino – se la matematica non è un’opinione – ai 120 dell’ultimo anno di liceo, a cui vanno comunque aggiunte le 7-8 ore passate a scuola.

Per cui anche oltreoceano il dibattito è vivo: se la Duke university sostiene, studi alla mano, di non aver trovato alcun nesso tra compiti a casa e risultati scolastici, e alcuni insegnanti ritengono che correggere poi tutti quei compiti si risolva in una perdita di tempo che potrebbe essere più utilmente impiegato, altri li considerano irrinunciabili, o cedono alla pressione dei genitori che li ritengono tali.
 
Tornando in Europa, il dibattito è particolarmente caldo in Francia: l’associazione di genitori Fcpe ha lanciato una petizione perché i compiti per casa vengano banditi, sia perché «nessuno ne ha mai provato l'utilità», sia perché accentuerebbero «le disuguaglianze tra chi può disporre di aiuto a casa e chi no». Vengono quindi invitati gli insegnanti a sperimentare, a partire dal 26 marzo, due settimane senza compiti, e a pensare a forme di lavoro alternative e più al passo coi tempi, sia in classe che a casa: la campagna e le relative testimonianze possono essere seguite sul blog http://cesoirpasdedevoirs.blogspot.it/.
 
Anche in Gran Bretagna la crociata contro i compiti a casa è partita da anni. Oltre alle già citate ricerche che sembrerebbero incapaci di dimostrarne l’utilità, l’attenzione è rivolta soprattutto a forme “alternative” di lavoro – in primis per i bambini delle elementari – che coinvolgano anche le famiglie: visite ai musei, attività di cucina e di pittura, gite domenicali in luoghi di interesse storico e culturale. Insomma, il vantaggio sarebbe doppio: si evitano le liti familiari tra genitori e figli, e si trova il modo di rilassarsi insieme.

Qui, però, il sostegno alla linea abolizionista sembra essere meno incondizionato: sia il ministero dell’Istruzione che diverse associazioni di genitori ritengono che i compiti siano comunque utili, al di là dei risultati scolastici, per sviluppare quelle capacità di organizzazione e gestione del proprio lavoro che saranno utili un domani.