Le parole dell'editore

Il mestiere dell'editore vive di parole

di Lucia Velardi

Le parole hanno una loro consistenza, una loro ragion d’essere, una loro motivazione, da non spendere mai a caso. Il mestiere dell’editore vive di parole, attraverso le quali dà forma e corpo a un pensiero, un’idea, per farli viaggiare nel mondo. Borderline è il nome che abbiamo dato all’ultima collana nata: una parola che, nella nostra intenzione, vuole indicare non il confine che delimita ma piuttosto la frontiera, uno spazio denso di promesse.

recensione

Gli ultimi giorni dei Templari

di Elena Cardinali

La recensione di Renzo Agasso al libro di Mario Dal Bello su Il Nostro tempo, settimale di Torino.

Cosa sussura Dio alle mamme

di Elena Cardinali

Il libro edito da Città Nuova, racconta con ironia e profondità la vita quotidiana - tra lavoro, casa e figli - delle mamme. La recensione di Laura Pisanello ne Il messaggero di sant'Antonio di maggio 2013.

Classici _ Partono le Opere di Girolamo

di Elena Cardinali

Sulle pagine culturali del Corriere della Sera la notizia dell'inaugurazione dell'Opera Omnia di Girolamo edita da Città Nuova.

Chiodi, puntine e maglia gialla

di Giovanni Bettini
Fonte:    Cittą Nuova
Sabotaggio al Tour de France durante la quattordicesima da Limoux a Foix. La corsa rischia di essere neutralizzata tra accordi e regole non scritte votate al fair play


Succedeva negli anni del ciclismo eroico, quando per appiedare gli avversari si toglieva il tappo che chiudeva la curva del manubrio. All’interno si nascondeva il corpo del reato: puntine. Il ciclismo di oggi vive nell’era post-moderna votata al futuro, dove spadroneggiano cambi elettromeccanici e accurati studi nella galleria del vento per cogliere ogni minimo dettaglio utile a guadagnare decisive manciate di secondi. La scienza va avanti, ma il “fascino” di certi gesti, spesso accompagnati da una buona dose di sportiva stupidità, rimane nel tempo inalterato. Scorrono le ruote, passano i campioni e allora come oggi non importa che ci sia Coppi, Bartali, il britannico Wiggins o l’australiano Cadel Evans.

 

Succede ancora oggi nell’epoca del ciclismo hi-tech, durante la quattordicesima tappa del Tour. A 39 chilometri dall’arrivo la corsa scollina il Mur de Péguère, salita parte del comprensorio del parco naturale dei Pirenei francesi. Davanti c’è la fuga di giornata lanciata verso il traguardo, dietro il gruppo con tutti i migliori della classifica generale. Cadel Evans, vincitore nel 2011, si ferma improvvisamente sulla destra, gli altri vanno e lui rimane a piedi con la ruota posteriore a terra. Non c’è l’ammiraglia con le biciclette di scorta sul tetto, non ci sono compagni di squadra pronti ad aiutarlo. Passano istanti gelidi e surreali, dove la tivù mostra un Cadel Evans spazientito, solo e appiedato, quando ecco sbucare dalla curva una speranza, sembianza che assume i contorni di un compagno di squadra: Steve Cummings. «Scusa Cadel ma ho forato anch’io, dietro…».

 

Il tempo scorre inesorabile, dopo qualche istante arriva l’ammiraglia con il materiale di scorta. I due compagni di squadra riprendono la via della corsa e tutta la Bmc si ricompatta per riportare sotto capitan Evans. A questo punto comincia il valzer delle forature: Scarponi, Menchov, Kiserlovski, che a causa dello scoppio del tubolare si frattura la clavicola. Poi radio corsa annuncia l’incidente meccanico per altri venti corridori. Così, la lista delle vittime del più vile dei ciclistici attentati si aggiorna in fretta e nella trappola cade anche la maglia gialla Bradley Wiggins. Si capisce subito che qualcosa non va, anche perché Evans è costretto a fermarsi altre due volte per altrettante forature.

 

Wiggins ricompatta il gruppo dei migliori e viene “firmato” al volo un armistizio, un patto di non belligeranza tra le squadre per fermare tentativi d’attacco in grado di influenzare l’esito della corsa. «È orribile giocare sulle sfortune altrui, a parti invertite avrei gradito anch’io lo stesso trattamento», dichiara Wiggins al termine della corsa ai microfoni dei giornalisti. Un bell’esempio di fair play votato all’onesta madre del “giochiamocela ad armi pari”.

 

Davanti, la vittoria di tappa va a Luis Leon Sanchez della Rabobank, che a Foix alza occhi e braccia al cielo in ricordo del fratello morto in un incidente stradale, in un giorno in cui qualcuno con una buona dose di sportiva stupidità ha arricchito con un altro episodio la storia dei sabotaggi nel ciclismo.

 

Passano pochi minuti e Cadel Evans, via Twitter, trasmette la foto del corpo del reato: puntine, allora come oggi nell’epoca del ciclismo 3.0.