Sono ancora tanti gli interrogativi che circondano l'attentato di venti anni fa. Nuove polemiche sulla ricostruzione della strage. Il dibattito si apre
Sono trascorsi vent’anni da quel 19 luglio del 1992 quando, alle 16.58, esplose l’autobomba che uccise il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e cinque agenti di polizia della sua scorta: Claudio Traina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cusina, Emanuela Loi. Vent’anni, ma tuttora sussistono le domande e i dubbi. A marzo, infatti, la procura di Caltanissetta – titolare dell’indagine –, grazie a nuove inchieste, ha ottenuto altri arresti per quell’attentato dai contorni ancor oggi poco chiari.
L’eliminazione di Borsellino si intreccia con i segreti e le insidie della presunta trattativa tra Stato e mafia, o meglio, tra pezzi dello Stato e uomini di Cosa Nostra. A tutto ciò vanno aggiunti in questi anni i continui depistaggi delle indagini che potrebbero essere proprio la conseguenza di quel patto scellerato.
Borsellino era venuto a conoscenza, alla fine di giugno 1992, dei
contatti tra i carabinieri del Ros (Reparto operativo speciale)
e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Ma non furono i carabinieri a mettere al corrente il giudice di questi loro contatti. Secondo alcuni pentiti l’attentato di via d’Amelio fu anticipato su decisione di Totò Riina. La procura di Caltanissetta sostiene che «la tempistica della strage è stata certamente influenzata dall’esistenza della trattativa».
Altro elemento rimasto nell’ombra: dal luogo della strage è sparita
l’agenda che Borsellino portava sempre con sé. L’agenda non è mai stata ritrovata.
Altro elemento. Fino al 2008
la ricostruzione della strage era basata sulle dichiarazioni di alcuni pentiti (Caldura, Andriotta e Scarantino), nonostante le loro deposizioni mostrassero evidenti lacune e contraddizioni. La svolta avvenne nel 2008 quando con le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza vennero definitivamente smentite le precedenti dichiarazioni. Il risultato fu la scarcerazione di sette condannati all’ergastolo in attesa della revisione del processo.
Ultimo elemento poco chiaro. Tra le molte dichiarazioni di Spatuzza – peraltro considerato attendibile – c’è anche quella relativa alla presenza, all’interno del garage in cui lui e altri “uomini d’onore” stavano preparando l’autobomba, di una persona mai vista prima. E mai vista dopo. Una presenza esterna a Cosa Nostra. Le indagini hanno ipotizzato la
possibile presenza di un funzionario del servizio segreto militare. Ma questi sospetti sembrano destinati all’archiviazione.
Fare memoria e non solo ricordare. Questo è un esercizio difficile, fastidioso, ma altamente civile. Significa anche ripercorrere, a venti anni di distanza, la storia della nostra Repubblica. Il 25 maggio 1992, due giorni dopo l’attentato in cui persero la vita il giudice Falcone, la moglie e le loro scorte, in una Italia sgomenta e disorientata, salta a sorpresa l’elezione di Giulio Andreotti alla carica di presidente della Repubblica. Elezione attesa e ritenuta quasi certa, addirittura “naturale”. Le Camere riunite, invece, eleggono Oscar Luigi Scalfaro. A Palermo, in occasione dei funerali del giudice Falcone, della moglie e delle loro scorte, i rappresentanti dello Stato vengono fortemente contestati. Lo Stato è in ginocchio. Mostra tutta la sua debolezza. Forse è per reagire che qualche giorno dopo l’allora ministro degli Interni, Vincenzo Scotti, candidò pubblicamente Paolo Borsellino a capo della super procura antimafia.
Sembra che Borsellino non avesse gradito particolarmente la proposta e avesse confidato ad alcuni suoi collaboratori: «Hanno messo l’osso davanti ai cani». Mi raccontano che alcuni boss della mafia, nel vedere in televisione l’intervista al ministro Scotti che proponeva Borsellino a capo della super procura ebbero a dire: «E Borsellino
satò – E Borsellino è saltato».
Venti anni sono passati, e le piaghe sembrano tutte aperte. Ma bisogna far cenno anche alle
nuove piaghe che si stanno aprendo oggi. «Il presidente della Repubblica - si legge in una nota dello scorso 16 luglio - ha affidato all'avvocato generale dello Stato l'incarico di rappresentare la presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti della procura della Repubblica di Palermo, per la decisione che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del capo dello Stato; decisioni che il presidente ha considerato, anche se riferite a intercettazioni indirette, lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione».
Un'altra grana nel già ingarbugliato puzzle della strage di via D'Amelio. Quel che chiede la presidenza della Repubblica, in buona sostanza, è che la Corte Costituzionale decida e intervenga su un conflitto tra poteri dello Stato. Messineo, capo della procura di Palermo, mostra sicuerzza. «La procura di Palermo - dice infatti Messineo - non ha violato le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica. Si tratta di un'intercettazione occasionale che sfugge alla normativa in esame». Insomma, afferma Messineo, nessun controllo sul capo dello Stato.
Verità e giustizia chiedono i familiari di Borsellino. Verità e giustizia chiede tutta intera la nazione. Le stragi del ’92 sono state davvero una discriminante per la nostra democrazia. Ricercarne con coraggio tutte le verità – anche le più scomode – è un dovere. È quanto ha chiesto con forza il presidente Napolitano dopo le polemiche dei giorni scorsi. «Quel che è accaduto a fine maggio – disse Paolo Borsellino nel suo ultimo intervento pubblico svolto a Marsala il 4 luglio 1992 – mi induce e ritengo ci induca tutti ad una riflessione, perché ancora forse neanche più sappiamo quello che facciamo dopo, quello che faremo dopo: io non so quello che farò dopo, perché la morte di Giovanni Falcone mi ha talmente colpito – come magistrato, ma soprattutto, consentitemi, come uomo che ha vissuto con lui la sua vita fin da bambino – che oggi sono tanti gli interrogativi ai quali non so dare risposta».
Vogliamo prenderci su questi interrogativi. Ma sapremo dar risposta a queste domande? Questo è ciò che ci compete come Paese.